Grafico a barre, asse da zero: variazioni sullo stesso mese dell'anno prima. Luglio 2026: retribuzioni contrattuali 2,4%, privato 2,3%, pubblica amministrazione 2,0%, prezzi IPCA 2,9%. Agosto: 2,5%, 2,4%, 3,3%, 3,2%. Settembre: 2,5%, 2,3%, 3,2%, 4,2%.

Salari +2,5%, prezzi +5,4%? Come si confrontano davvero stipendi e inflazione

In breve. Il 30 ottobre 2026 l’ISTAT ha pubblicato due numeri nello stesso giorno: le retribuzioni contrattuali orarie di settembre, +2,5% in un anno, e la stima provvisoria dei prezzi di ottobre, +5,4% (indice NIC). Metterli uno accanto all’altro è un errore: sono mesi diversi. Il confronto corretto è sullo stesso mese: a settembre i prezzi armonizzati (IPCA) crescono del 4,2%, le retribuzioni contrattuali del 2,5%, nel settore privato del 2,3%. In termini reali, cioè in potere d’acquisto, la retribuzione contrattuale oraria media è più bassa dell’1,6% rispetto a un anno prima. Ma non è la busta paga: è il valore delle tabelle dei contratti nazionali, e la media mette insieme la scuola a +5,5% e i contratti fermi a zero.

Grafico a barre, asse da zero: variazioni sullo stesso mese dell'anno prima. Luglio 2026: retribuzioni contrattuali 2,4%, privato 2,3%, pubblica amministrazione 2,0%, prezzi IPCA 2,9%. Agosto: 2,5%, 2,4%, 3,3%, 3,2%. Settembre: 2,5%, 2,3%, 3,2%, 4,2%.
Retribuzioni contrattuali orarie (totale, settore privato, pubblica amministrazione) e prezzi al consumo armonizzati (IPCA), variazioni tendenziali, luglio-settembre 2026. Fonte: ISTAT, comunicati del 30/10/2026 · elaborazione Metron Journal.

Che cosa dice il dato

Le retribuzioni contrattuali e i prezzi si confrontano con la variazione tendenziale: di quanto è cambiato l’indice rispetto allo stesso mese dell’anno prima. Ecco i tre mesi del terzo trimestre 2026, gli unici del comunicato sulle retribuzioni:

Variazione su un anno prima Luglio 2026 Agosto 2026 Settembre 2026
Retribuzioni contrattuali orarie, totale +2,4% +2,5% +2,5%
di cui settore privato +2,3% +2,4% +2,3%
di cui pubblica amministrazione +2,0% +3,3% +3,2%
Prezzi al consumo armonizzati (IPCA) +2,9% +3,2% +4,2%
Prezzi al consumo (NIC) +2,9% +3,3% +4,2%

Fonte: ISTAT, «Retribuzioni contrattuali — Luglio-settembre 2026», 30/10/2026, prospetti 1 e 3; ISTAT, «Prezzi al consumo — dati provvisori ottobre 2026», 30/10/2026, prospetto 1. Serie mensile 2026 dei prezzi nel CSV scaricabile.

A settembre la distanza tra prezzi e retribuzioni contrattuali è di 1,7 punti percentuali (4,2 − 2,5), nel settore privato di 1,9 punti (4,2 − 2,3): è il «circa due punti» indicato dall’ISTAT nel commento al comunicato, che scrive anche che per il secondo trimestre consecutivo la crescita delle retribuzioni contrattuali è inferiore a quella dell’inflazione. Nella pubblica amministrazione la distanza è di 1,0 punti: ad agosto è entrato in vigore il rinnovo della scuola, che da solo pesa il 9,1% del monte retributivo, e l’indice della PA è salito di 1,2% in un mese.

E ottobre? Per i prezzi c’è la stima provvisoria: +5,4% il NIC, +5,6% l’IPCA. Per le retribuzioni di ottobre no: il prossimo comunicato trimestrale è previsto per il 28 gennaio 2027. Chi scrive «salari +2,5%, prezzi +5,4%» confronta il settembre di uno con l’ottobre dell’altro, e in un periodo in cui il tasso d’inflazione sale di circa un punto al mese (per il NIC 3,3% ad agosto, 4,2% a settembre, 5,4% a ottobre) la differenza non è un dettaglio. Peraltro anche il 5,4% è provvisorio: il dato definitivo esce il 17 novembre (perché le stime provvisorie possono cambiare lo abbiamo spiegato in Comunicato ISTAT: dato provvisorio e definitivo).

Differenza in punti o perdita reale?

Dire che le retribuzioni «perdono 1,7 punti» è un’approssimazione. La variazione reale, cioè il potere d’acquisto della retribuzione contrattuale, si calcola dividendo e non sottraendo:

(1 + 0,025) ÷ (1 + 0,042) − 1 = −1,6%

Settembre 2026 Retribuzioni contrattuali IPCA Differenza (punti) Variazione reale
Totale +2,5% +4,2% −1,7 −1,6%
Settore privato +2,3% +4,2% −1,9 −1,8%
Pubblica amministrazione +3,2% +4,2% −1,0 −1,0%

Calcoli di Metron Journal sui dati ISTAT della tabella precedente.

Con inflazione e aumenti di pochi punti, sottrarre e dividere danno quasi lo stesso risultato; con numeri più grandi lo scarto cresce. La differenza tra punti percentuali e variazioni percentuali è spiegata in Percentuali e punti percentuali.

Perché l’IPCA e non il NIC? Nel commento al comunicato sulle retribuzioni l’ISTAT confronta la dinamica salariale con l’IPCA, l’indice armonizzato europeo. A settembre i due indici coincidono (+4,2%); a ottobre no (+5,4% il NIC, +5,6% l’IPCA): scegliere l’uno o l’altro cambia il risultato di due decimi.

Come è stato misurato

L’indice delle retribuzioni contrattuali non legge le buste paga. Parte dalle tabelle dei contratti collettivi nazionali (paga base, scatti di anzianità calcolati, nel settore privato, per un’anzianità media convenzionale di 8 anni, altre voci previste per tutti i dipendenti di quel livello, indennità di vacanza contrattuale, ratei di tredicesima e quattordicesima) e ne segue l’andamento rispetto a dicembre 2021, la base dell’indice. Copre 75 contratti nazionali e circa 13,1 milioni di dipendenti, con pesi fissi presi dalla struttura del 2021 (un indice di Laspeyres, come quello dei prezzi: il funzionamento dei numeri indice è spiegato in Numeri indice e base 100).

Restano fuori, per costruzione, gli straordinari, la contrattazione aziendale o territoriale, gli arretrati e le una tantum. L’ISTAT lo dice esplicitamente: l’indice misura un «prezzo» del lavoro per un insieme di lavoratori a composizione fissa, diverso dalle retribuzioni di fatto rilevate presso le imprese, e non risente dei cambiamenti nella composizione degli occupati né delle ore effettivamente lavorate.

La versione oraria, quella citata nei titoli, è l’indice delle retribuzioni per dipendente diviso per l’indice della durata contrattuale del lavoro: se un contratto riduce l’orario a parità di paga, la retribuzione oraria sale anche senza aumenti in busta.

La media nasconde i contratti fermi

Alla fine di settembre 2026 sono in vigore, per la parte economica, 56 contratti che riguardano l’80,8% dei dipendenti (circa 10,6 milioni): l’89,1% nel settore privato, il 50,7% nella pubblica amministrazione. I contratti in attesa di rinnovo sono 19 e coinvolgono circa 2,5 milioni di dipendenti (1,1 milioni nel privato, 1,4 milioni nella PA), con un’attesa media di 20,8 mesi per chi ha il contratto scaduto. Finché il contratto non viene rinnovato, la loro retribuzione contrattuale si muove poco o niente: l’indice registra gli aumenti quando le tabelle cambiano.

Anche tra i contratti in vigore gli aumenti sono molto diversi. Nei 29 raggruppamenti di contratti del prospetto 3 dell’ISTAT, a settembre solo quattro crescono più dell’IPCA (4,2%):

Raggruppamento di contratti Variazione su settembre 2025
Scuola +5,5%
Telecomunicazioni +5,1%
Servizi di smaltimento rifiuti +5,0%
Energia e petroli +4,3%
Estrazione minerali +4,2%
… …
Commercio +1,9%
Credito e assicurazioni +1,4%
Farmacie private, Ministeri, Forze dell’ordine, Militari, Vigili del fuoco 0,0%

Fonte: ISTAT, «Retribuzioni contrattuali — Luglio-settembre 2026», 30/10/2026, prospetto 3 (retribuzioni contrattuali orarie). Tutti i 29 raggruppamenti nel CSV scaricabile.

Il +2,5% è una media ponderata con il peso di ciascun contratto sul monte retributivo: descrive l’insieme, non il lavoratore tipico. Lo stesso problema, per gli stipendi effettivi, lo abbiamo trattato in Stipendio medio in Italia.

Cosa NON dice questo dato

  • Non dice quanto guadagnano le persone. Un aumento di straordinari o di premi aziendali non entra nell’indice; un cambio di lavoro o di livello nemmeno. Per le buste paga effettive servono altre fonti.
  • Non misura il reddito delle famiglie. Pensioni, lavoro autonomo, tasse e trasferimenti sono fuori dal calcolo.
  • Non dice che ogni lavoratore ha perso l’1,6%. Chi ha avuto il rinnovo nell’ultimo anno può essere sopra l’inflazione, chi aspetta il rinnovo di solito sta sotto la media.
  • Non è l’inflazione di ciascuno. L’IPCA misura i prezzi di un paniere medio: chi spende di più in energia, che a ottobre è la voce che spinge l’indice, ha un’inflazione più alta. Perché il proprio carrello non coincide con il paniere ISTAT lo spieghiamo in Inflazione: perché il tuo carrello non è il paniere ISTAT.
  • Non dice perché. Il dato registra il ritardo tra prezzi e contratti, non ne stabilisce le cause.

Domande frequenti

I salari crescono meno dell’inflazione?

Le retribuzioni contrattuali sì: a settembre 2026 crescono del 2,5% su un anno prima, i prezzi armonizzati (IPCA) del 4,2% (ISTAT). In termini reali la retribuzione contrattuale oraria media è più bassa dell’1,6% rispetto a un anno prima; nel settore privato dell’1,8%.

Si può confrontare il +2,5% dei salari con il +5,4% dell’inflazione di ottobre?

No: il +2,5% è di settembre, il +5,4% è la stima provvisoria di ottobre dell’indice NIC. Il confronto va fatto sullo stesso mese. Le retribuzioni contrattuali di ottobre saranno pubblicate dall’ISTAT il 28 gennaio 2027.

Che cosa sono le retribuzioni contrattuali?

Sono le retribuzioni previste dalle tabelle dei contratti collettivi nazionali, per un insieme di lavoratori a composizione fissa. Non comprendono straordinari, premi aziendali, arretrati e una tantum: non sono le buste paga effettive.

Quanti lavoratori hanno il contratto scaduto?

A fine settembre 2026 i contratti nazionali in attesa di rinnovo sono 19 e riguardano circa 2,5 milioni di dipendenti, 1,1 milioni nel settore privato e 1,4 milioni nella pubblica amministrazione; l’attesa media è di 20,8 mesi (ISTAT).

Come si calcola la perdita di potere d’acquisto?

Dividendo, non sottraendo: (1 + aumento delle retribuzioni) ÷ (1 + inflazione) − 1. Con +2,5% e +4,2% il risultato è −1,6%, mentre la differenza è di 1,7 punti percentuali.

Fonti