Grafico a linea: indice IPCA dei prezzi al consumo per l'Italia dal 2015 al 2025, base 2015=100, da 100,0 a 124,3; annotazioni sul salto 2022-2023 (+6,7 punti = +5,9%) e sul 2024 (inflazione +1,1% ma indice ancora in salita).

Numeri indice e base 100: come si legge l’inflazione

In breve. L’inflazione non arriva mai da sola: arriva dentro un numero indice, cioè una serie che vale 100 in un anno scelto come base e sale o scende da lì. Nel 2025 l’indice armonizzato dei prezzi al consumo per l’Italia vale 124,3 con base 2015=100 (Eurostat): significa che i prezzi al consumo sono in media il 24,3% più alti che nel 2015 — non che l’inflazione «è al 24%». Da questo equivoco di partenza discendono quasi tutti gli errori di lettura: punti di indice scambiati per percentuali, variazioni annue sommate come se si accumulassero per addizione, cali dell’inflazione letti come cali dei prezzi. Questa pagina li smonta uno per uno, con la serie italiana vera e i calcoli rifatti da zero.

Grafico a linea: indice IPCA dei prezzi al consumo per l'Italia dal 2015 al 2025, base 2015=100, da 100,0 a 124,3; annotazioni sul salto 2022-2023 (+6,7 punti = +5,9%) e sul 2024 (inflazione +1,1% ma indice ancora in salita).
L’indice sale anche quando l’inflazione scende: la serie IPCA per l’Italia, base 2015=100. Fonte: Eurostat, tabella prc_hicp_aind, dati al 12/08/2026.

Un numero indice è la cosa più semplice del mondo: si sceglie un periodo di riferimento, gli si assegna il valore 100, e ogni altro periodo si esprime come rapporto rispetto a quello. Se il paniere che nel 2015 costava 100 oggi costa 124,3, l’indice vale 124,3. Tutto qui. Eppure è uno degli oggetti statistici più fraintesi in circolazione — e siccome l’inflazione è il numero indice che compare più spesso sui giornali, è lì che gli errori si vedono meglio.

Cosa dice il dato

La serie ufficiale è questa: l’indice medio annuo dei prezzi al consumo per l’Italia (IPCA, l’indice armonizzato europeo), pubblicato da Eurostat con base 2015=100.

Anno Indice (2015=100) Variazione media annua
2015 100,0 +0,1%
2016 99,9 −0,1%
2017 101,3 +1,3%
2018 102,5 +1,2%
2019 103,2 +0,6%
2020 103,0 −0,1%
2021 105,0 +1,9%
2022 114,2 +8,7%
2023 120,9 +5,9%
2024 122,3 +1,1%
2025 124,3 +1,7%

Fonte: Eurostat, tabella prc_hicp_aind, Italia, indice medio annuo e variazione media annua. Dati consultati il 12 agosto 2026. Serie completa dal 1996 nel CSV scaricabile.

Già in questa tabella c’è quasi tutto. L’indice può stare sotto 100: nel 2016 vale 99,9, perché in quell’anno i prezzi erano in media leggermente più bassi che nell’anno base (variazione −0,1%). La base non è un minimo, è solo un punto di riferimento. E la colonna di destra non è ricavabile da quella di sinistra con una sottrazione: tra il 2022 e il 2023 l’indice sale di 6,7 punti, ma la variazione è +5,9%. Perché? È la prima delle trappole.

Le quattro trappole

Prima trappola: i punti di indice non sono percentuali. Dal 2022 al 2023 l’indice passa da 114,2 a 120,9: +6,7 punti. Ma la variazione percentuale si calcola sul livello di partenza, che è 114,2 e non 100: quindi 6,7 ÷ 114,2 = +5,9%. I punti di indice coincidono con la variazione percentuale solo quando si parte esattamente dalla base 100. Più ci si allontana dalla base, più i due numeri divergono — e chi titola «l’indice sale di 6,7 punti, cioè del 6,7%» sta sbagliando di quasi un punto percentuale.

Seconda trappola: la variazione fra due anni si calcola col rapporto, mai con la differenza delle variazioni annue. Quanto sono saliti i prezzi dal 2019, ultimo anno prima della pandemia? Non serve sommare nulla: si dividono i due indici. 124,3 ÷ 103,2 = 1,204, cioè +20,4%. Dal 2021, vigilia dell’impennata: 124,3 ÷ 105,0 = +18,4%. È il vantaggio per cui i numeri indice esistono: il confronto fra due periodi qualsiasi è una divisione, chiunque può farla dalla tabella.

Terza trappola: le variazioni annue non si sommano. Sommando le variazioni dal 2016 al 2025 (−0,1 +1,3 +1,2 +0,6 −0,1 +1,9 +8,7 +5,9 +1,1 +1,7) si ottiene +22,2 punti percentuali. Ma la crescita vera dell’indice nello stesso periodo è +24,3%. Mancano più di due punti, e non è un errore di nessuno: le variazioni si compongono, non si addizionano. Il +5,9% del 2023 si applica a prezzi già gonfiati dall’+8,7% del 2022, quindi «vale» più punti di indice di quanti ne varrebbe partendo da 100. È lo stesso meccanismo dell’interesse composto, e più le variazioni sono grandi, più la somma semplice sottostima il totale.

Quarta trappola: inflazione in calo non significa prezzi in calo. Dal +5,9% del 2023 all’+1,1% del 2024 l’inflazione è «crollata» — ma l’indice è comunque salito, da 120,9 a 122,3. L’inflazione è una velocità: se scende, i prezzi continuano a salire, solo più piano. Perché i prezzi scendano serve una variazione negativa, come il −0,1% del 2016 o del 2020 — ed è un evento raro. Chi nel 2024 aspettava il ritorno dei prezzi del 2021 aspettava una deflazione del 14%, che nessun dato prometteva.

Come è stato misurato

L’indice usato qui è l’IPCA — indice armonizzato dei prezzi al consumo (HICP in inglese) — calcolato dagli istituti nazionali di statistica secondo regole europee comuni e pubblicato da Eurostat, che per questo è la fonte dei numeri di questa pagina. È una media ponderata: le variazioni di prezzo delle diverse voci di spesa contano in proporzione a quanto pesano nel bilancio delle famiglie, e i pesi si aggiornano ogni anno. L’indice medio annuo della tabella è la media dei dodici indici mensili; la variazione media annua confronta la media di un anno con quella dell’anno prima. Esiste anche un’altra convenzione — la variazione «dicembre su dicembre», che confronta due mesi puntuali — e i due numeri possono divergere sensibilmente negli anni in cui i prezzi accelerano o frenano a metà anno: quando si cita «l’inflazione del 2023», bisogna sempre sapere quale delle due convenzioni si sta usando. L’Italia pubblica anche indici nazionali (il NIC, per l’intera collettività), che differiscono dall’IPCA per paniere e definizioni: i valori non coincidono, e confrontare un anno di NIC con un anno di IPCA è un errore da manuale.

Il decimale che non torna, ovvero: non ricalcolate dagli arrotondati

C’è un dettaglio istruttivo nascosto nella tabella. Provate a ricalcolare la variazione del 2025 dai due indici pubblicati: 124,3 ÷ 122,3 = 1,0164, cioè +1,6%. Ma il dato ufficiale è +1,7%. Contraddizione? No: arrotondamento. Gli indici in tabella sono arrotondati a un decimale, ma Eurostat calcola la variazione sulle medie non arrotondate dei dodici indici mensili: rifacendo il calcolo su quelle (122,2583 → 124,2833) si ottiene +1,66%, che arrotondato a un decimale fa +1,7%. La lezione vale per qualunque serie statistica: chi ricalcola da numeri già arrotondati e trova uno scarto sull’ultima cifra non ha scoperto un errore — ha scoperto l’arrotondamento. Prima di gridare al dato sbagliato, chiedersi sempre su quante cifre lavorava chi il dato l’ha prodotto.

La base è una convenzione, i rapporti no

Il 2015=100 non ha nulla di speciale: è una scelta di comodo, fissata dalle regole europee. Se si ricalcolasse la stessa serie con base 2020=100, il 2025 varrebbe 120,7 (cioè 124,3 ÷ 103,0 × 100) — un numero diverso per la stessa realtà. Cambiando base cambiano tutti i valori, ma i rapporti tra due anni qualsiasi restano identici, ed è l’unica cosa che l’indice misura davvero. Corollario pratico: un valore di indice, da solo e senza la sua base, non dice niente; e confrontare valori di indici con basi diverse è come confrontare temperature in gradi Celsius e Fahrenheit senza convertirle.

Cosa NON dice l’indice

  • Non è «l’inflazione di ciascuno». L’IPCA media i consumi di tutte le famiglie: chi spende in proporzione più della media per le voci che rincarano di più sperimenta un’inflazione personale più alta di quella ufficiale, e viceversa. Il numero unico è una media che nasconde le differenze tra famiglie — utile per confronti e politiche, muto sul caso singolo.
  • Non misura il livello dei prezzi, solo il suo cambiamento. Un indice a 124,3 in Italia e uno a 130 in un altro paese non dicono dove la vita costa di più: dicono solo dove i prezzi sono saliti di più da quel rispettivo 2015. Per confrontare i livelli servono altre statistiche (le parità di potere d’acquisto), non questa.
  • Non è un prezzo in euro. L’indice dice «+24,3% dal 2015», mai «da 100 a 124 euro»: per tradurre un indice in cifre assolute serve un livello di partenza in euro che l’indice non contiene — è il confine già incontrato misurando il costo dei traslochi.
  • Non spiega le cause. La tabella mostra l’impennata del 2022 (+8,7%, il valore più alto della serie qui riportata), ma non contiene la ragione per cui è avvenuta: quella è un’ipotesi da dimostrare con altri dati, non un’informazione che l’indice porta con sé.

Per riassumere

Un numero indice si legge così: si guarda la base, si dividono i valori, si ragiona in rapporti. Non si sommano le variazioni, non si scambiano i punti per percentuali, non si confonde la velocità (l’inflazione) con la posizione (il livello dei prezzi), e non si ricalcola l’ultima cifra da numeri arrotondati. Sono quattro abitudini piccole, e mettono al riparo dalla gran parte degli errori con cui l’inflazione viene raccontata.


Domande frequenti

Cosa significa un indice dei prezzi pari a 124,3?

Significa che i prezzi sono in media il 24,3% più alti rispetto al periodo base, quello in cui l’indice vale 100 per convenzione. Per l’IPCA italiano la base è il 2015: l’indice medio annuo 2025, pari a 124,3 (Eurostat), dice che i prezzi al consumo sono saliti del 24,3% rispetto alla media del 2015. Non dice nulla sull’inflazione corrente, che è la variazione rispetto all’anno precedente: nel 2025 era +1,7%.

Qual è la differenza tra punti di indice e variazione percentuale?

I punti di indice sono la differenza semplice tra due valori; la variazione percentuale si calcola dividendo per il valore di partenza. Dal 2022 al 2023 l’indice italiano è salito di 6,7 punti (da 114,2 a 120,9), ma la variazione è +5,9%, perché 6,7 va rapportato a 114,2 e non a 100. I due numeri coincidono solo partendo esattamente dalla base.

Se l’inflazione scende, i prezzi scendono?

No: scende la velocità con cui salgono. In Italia l’inflazione è passata dal +5,9% del 2023 all’+1,1% del 2024, ma l’indice dei prezzi è comunque salito, da 120,9 a 122,3. Perché i prezzi scendano davvero serve una variazione negativa (deflazione), come il −0,1% del 2016 o del 2020 — un evento raro nella serie italiana.

Come si calcola la variazione dei prezzi tra due anni qualsiasi?

Si dividono i due valori dell’indice, senza sommare le variazioni annue intermedie. Esempio sui dati Eurostat per l’Italia: dal 2019 al 2025 l’indice passa da 103,2 a 124,3, quindi 124,3 ÷ 103,2 = 1,204, cioè +20,4%. Sommare le variazioni annue dà un risultato sbagliato per difetto, perché le variazioni si compongono come l’interesse composto: dal 2016 al 2025 la somma fa +22,2 punti, la crescita vera è +24,3%.

Perché ricalcolando la variazione dagli indici pubblicati il risultato non coincide con quello ufficiale?

Per l’arrotondamento. Gli indici annui sono pubblicati con un decimale, ma la variazione ufficiale è calcolata su valori con più cifre: per il 2025, dagli indici arrotondati (124,3 e 122,3) si ottiene +1,6%, mentre dalle medie non arrotondate dei dodici indici mensili si ottiene +1,66%, che arrotonda al +1,7% ufficiale. Uno scarto sull’ultima cifra decimale non è un errore della fonte: è quasi sempre l’arrotondamento.

Fonti