Grafico a linee: indice di Gini del reddito per l'Italia dal 2014 al 2025 secondo Eurostat, OCSE e Banca Mondiale, scala 0-100 con asse da zero; le tre serie restano distanti circa due-tre punti e nel 2023 valgono 31,5, 32,3 e 34,3.

Indice di Gini in Italia: tre fonti, tre numeri diversi

In breve. Cercate «indice di Gini Italia» e troverete tre numeri. Sotto la stessa etichetta d’anno, il 2023, Eurostat pubblica 31,5, l’OCSE 32,3, la Banca Mondiale 34,3: 2,8 punti di distanza fra il più basso e il più alto, sullo stesso paese. Non è un errore di nessuno dei tre — e già la parola «etichetta» anticipa il primo motivo, perché quel 2023 non indica lo stesso periodo di reddito per tutte e tre. Concorrono almeno due differenze dichiarate nei rispettivi manuali: quale anno si scrive sull’etichetta e come si divide il reddito familiare fra chi ci vive. Questa pagina mette le tre serie in colonna, ricostruisce dove ciascuna differenza si vede e dice quale serie usare, a seconda di cosa dovete farci.

Grafico a linee: indice di Gini del reddito per l'Italia dal 2014 al 2025 secondo Eurostat, OCSE e Banca Mondiale, scala 0-100 con asse da zero; le tre serie restano distanti circa due-tre punti e nel 2023 valgono 31,5, 32,3 e 34,3.
Tre enti ufficiali, tre serie diverse per lo stesso paese. Asse da zero: la distanza fra le linee è di due-tre punti, non di più. Fonti: Eurostat ilc_di12, OCSE IDD, Banca Mondiale SI.POV.GINI, dati al 14/08/2026.

L’indice di Gini è una misura sola: un numero fra 0 e 1 (o fra 0 e 100) che dice quanto una distribuzione si discosta dall’uguaglianza perfetta. Il calcolo non è ambiguo. Ambiguo è tutto quello che viene prima del calcolo: quale reddito, di chi, diviso per cosa, relativo a quale anno. Cambiate una di queste quattro cose e potete ottenere un altro numero, senza aver sbagliato niente.

Ecco perché, sull’Italia, di numeri ce ne sono tre.

Cosa dicono i dati

Anno di etichetta Eurostat OCSE Banca Mondiale Distanza max-min
2014 32,4 33,0 34,7 2,3
2015 32,4 33,9 35,4 3,0
2016 33,1 33,1 35,2 2,1
2017 32,7 34,0 35,9 3,2
2018 33,4 33,3 35,2 1,9
2019 32,8 32,7 34,6 1,9
2020 32,5 33,2 35,2 2,7
2021 32,9 32,7 34,8 2,1
2022 32,7 31,7 33,7 2,0
2023 31,5 32,3 34,3 2,8
2024 32,2
2025 31,0

Indice di Gini del reddito, Italia, scala 0-100. Fonti: Eurostat ilc_di12; OCSE Income Distribution Database (pubblicato su scala 0-1 e qui riportato su 0-100); Banca Mondiale SI.POV.GINI. Dati scaricati il 14 agosto 2026. Serie completa 1977-2025 nel CSV scaricabile.

Nei dieci anni in cui tutte e tre le serie esistono, la distanza fra la più alta e la più bassa vale in media 2,4 punti e non scende mai sotto 1,9. Non è rumore: è una struttura stabile. E l’ordine non cambia quasi mai — la Banca Mondiale sta sopra, Eurostat e OCSE si contendono il fondo.

Tre punti di Gini non sono una sfumatura, e si vede meglio in classifica. Nella graduatoria Eurostat dei 27 paesi dell’Unione per il 2023, l’Italia con 31,5 è ventesima partendo dai più uguali, appaiata alla Spagna. Se qualcuno, in buona fede, inserisse in quella stessa classifica il valore della Banca Mondiale — 34,3, corretto ma costruito con un’altra definizione — l’Italia scivolerebbe venticinquesima, davanti solo a Lituania e Bulgaria. Cinque posizioni di differenza senza che sia cambiato un solo dato sull’Italia: solo la fonte da cui è stato preso.

Graduatoria UE-27 calcolata su Eurostat ilc_di12, anno 2023, il 14/08/2026. Il secondo scenario è un contro-fattuale costruito apposta per mostrare l’errore: mescolare fonti in una classifica è precisamente ciò che questa pagina invita a non fare.

Come è stato misurato: due differenze documentate

Le pagine che seguono ricostruiscono due differenze fra le tre fonti, entrambe dichiarate nei manuali dei rispettivi enti, e mostrano dove ciascuna si vede nei numeri. Non sono necessariamente le uniche: i tre enti differiscono anche per altri trattamenti (imputazioni, gestione dei valori estremi, correzioni dei campioni) che non è possibile isolare dall’esterno con i dati pubblicati. Quello che segue è quindi una ricostruzione parziale e verificabile, non una scomposizione esatta dello scarto.

Prima differenza: l’anno scritto sull’etichetta non è lo stesso anno

Eurostat pubblica EU-SILC, l’indagine europea su redditi e condizioni di vita — per l’Italia la conduce ISTAT. La regola, scritta nei metadati Eurostat, è che «per tutti i paesi il periodo di riferimento delle variabili di reddito in EU-SILC è l’anno civile precedente». L’etichetta però porta l’anno dell’indagine: la rilevazione italiana del 2024 si è svolta fra il 17 gennaio e il 26 maggio 2024 e chiedeva i redditi del 2023. Quindi «Eurostat 2024 = 32,2» significa redditi del 2023, rilevati nel 2024.

L’OCSE parte spesso dagli stessi microdati EU-SILC, ma li archivia per anno di reddito: il suo documento di metadati si intitola, alla lettera, «fonti e anni di reddito». Due enti, stessa indagine, due etichette diverse.

L’aritmetica lo conferma. Confrontando l’OCSE dell’anno N con Eurostat dello stesso anno, lo scarto medio assoluto è 0,63 punti; spostando Eurostat di un anno in avanti scende a 0,37. E sugli ultimi cinque anni OCSE disponibili (2019-2023) il divario crolla da 0,56 a 0,16: nel 2021 le due fonti coincidono esattamente, nel 2023 distano un decimo.

Confronto OCSE anno N Eurostat stesso anno Eurostat anno N+1
2021 32,7 32,9 (−0,2) 32,7 (0,0)
2022 31,7 32,7 (−1,0) 31,5 (+0,2)
2023 32,3 31,5 (+0,8) 32,2 (+0,1)

Elaborazione Metron Journal su Eurostat ilc_di12 e OCSE IDD, 14/08/2026.

Guardate la riga del 2022: chi affianca «OCSE 2022 = 31,7» a «Eurostat 2022 = 32,7» vede un punto intero di differenza e può concluderne qualsiasi cosa. Allineando gli anni di reddito, la differenza diventa due decimi. Un punto di Gini nato da una convenzione di etichettatura, non dai dati.

Resta un residuo, ed è la seconda scelta tecnica: le due fonti equivalizzano in modo diverso. Eurostat usa la scala OCSE modificata (peso 1 al primo componente di 14 anni o più, 0,5 agli altri adulti, 0,3 a ogni minore); l’OCSE, nel suo database sulla distribuzione dei redditi, divide per la radice quadrata del numero di componenti. Due convenzioni ragionevoli, due numeri leggermente diversi.

Seconda differenza: il reddito familiare non si divide allo stesso modo

Grafico a barre: differenza in punti di Gini rispetto a Eurostat, anno per anno dal 2014 al 2023. La Banca Mondiale è sempre sopra Eurostat (fra +1,0 e +3,2 punti); l'OCSE oscilla intorno allo zero, fra −1,0 e +0,8.
Lo scarto da Eurostat, anno per anno. La Banca Mondiale sta sempre sopra: è la differenza di aggregato (pro capite contro reddito equivalente). L’OCSE oscilla intorno allo zero: è lo sfasamento di un anno fra le due etichette. Elaborazione Metron Journal su Eurostat, OCSE e Banca Mondiale, 14/08/2026.

Il reddito lo guadagna la famiglia, ma la disuguaglianza si misura fra persone: bisogna decidere quanto reddito attribuire a ciascun componente. Eurostat e OCSE lo dividono per una scala di equivalenza, che riconosce le economie di scala del vivere insieme — due persone insieme spendono meno di due persone separate, perché condividono affitto, riscaldamento, elettrodomestici. La Banca Mondiale, nella sua Poverty and Inequality Platform, usa un aggregato pro capite: il reddito familiare diviso per il numero di teste, senza correzioni.

Non è un dettaglio contabile, ed è la differenza di definizione più visibile fra le tre serie. Nei dieci anni in comune la Banca Mondiale sta sempre sopra Eurostat: le dieci differenze annue leggibili nella tabella qui sopra sono +2,3 · +3,0 · +2,1 · +3,2 · +1,8 · +1,8 · +2,7 · +1,9 · +1,0 · +2,8, che sommano 22,6 e danno una media di 2,26 punti. Il segno non cambia neanche allineando gli anni di reddito invece delle etichette (in quel caso la media è +2,30 e il divario resta fra +2,1 e +2,5). Dieci anni con lo stesso segno sono una regolarità robusta, non un caso — ma restano una regolarità osservata, coerente con la differenza di aggregato, non la sua dimostrazione: come si è detto, fra le due fonti cambiano anche altri trattamenti che dall’esterno non si possono isolare.

Perché dividere per le teste tende ad alzare la disuguaglianza misurata? Perché fa scendere il reddito attribuito a chi vive in nuclei numerosi molto più di quanto faccia una scala di equivalenza. Non è un’identità matematica: l’effetto sul Gini dipende da come dimensione familiare e reddito familiare stanno insieme nella popolazione, e in una popolazione in cui i nuclei più numerosi fossero anche i più ricchi in proporzione il segno potrebbe rovesciarsi. Nelle popolazioni reali il reddito familiare cresce meno che proporzionalmente con la numerosità, ed è la situazione in cui il pro capite spinge verso l’alto. Il modo più rapido di vedere il meccanismo è cambiare solo il divisore, lasciando tutto il resto fermo. Ecco dieci nuclei inventati apposta, costruiti con quella caratteristica, con lo stesso reddito in entrambe le colonne:

Reddito familiare Componenti Reddito pro capite Reddito equivalente (scala OCSE mod.)
14.000 € 1 adulto 14.000 € 14.000 €
18.000 € 1 adulto 18.000 € 18.000 €
22.000 € 2 adulti 11.000 € 14.667 €
25.000 € 2 adulti, 1 minore 8.333 € 13.889 €
30.000 € 2 adulti, 2 minori 7.500 € 14.286 €
34.000 € 2 adulti, 1 minore 11.333 € 18.889 €
38.000 € 3 adulti 12.667 € 19.000 €
45.000 € 2 adulti, 2 minori 11.250 € 21.429 €
60.000 € 2 adulti, 1 minore 20.000 € 33.333 €
95.000 € 2 adulti 47.500 € 63.333 €
Indice di Gini 29,1 25,2

Illustrazione riproducibile: dieci nuclei inventati, Gini calcolato sugli individui. Cambia una sola cosa fra le due colonne — il divisore. Elaborazione Metron Journal, _Script/dati_gini_italia_fonti.py.

Stessi redditi, stessa formula del Gini, 3,8 punti di differenza (calcolati sui valori non arrotondati, 29,08 e 25,25: chi rifà il conto dai due numeri della tabella trova 3,9, ed è solo arrotondamento — la stessa trappola che si incontra con la deviazione standard e con qualunque serie pubblicata a una cifra decimale).

⚠️ Attenzione a cosa dimostra, e a cosa non dimostra, questo esempio. Mostra il meccanismo su questi dieci nuclei: con questa struttura di redditi e dimensioni familiari, dividere per le teste produce un Gini più alto. Non dimostra che ciò avvenga sempre — dipende da come dimensione e reddito si combinano nella popolazione reale — e soprattutto non misura lo scarto fra Banca Mondiale ed Eurostat, che vale in media 2,3 punti e non 3,8. Quello scarto, oltre alla scala di equivalenza, incorpora altri trattamenti dichiarati: la PIP, per esempio, elimina i redditi negativi e porta a un valore minimo quelli estremamente bassi, e il suo manuale avverte esplicitamente che l’operazione conta per gli indicatori sensibili alla distribuzione, Gini compreso. Dieci nuclei inventati non riproducono l’Italia: mostrano da che parte spinge una scelta, in un caso costruito perché si veda.

La serie storica dal 1977, e perché non si può leggere come una serie

C’è una sola fonte che risale davvero indietro: la Banca Mondiale, che per l’Italia parte dal 1977 con un valore di 34,0, tocca il minimo a 29,2 nel 1982 e il massimo a 36,7 nel 1998, e arriva al 2023. Quasi mezzo secolo di dati, 38 osservazioni: la serie più bella delle tre, e la più pericolosa.

Perché non è una serie. È due serie, e a dirlo è chi la pubblica. Nei metadati della Poverty and Inequality Platform ogni osservazione porta un campo di confrontabilità, e per l’Italia i valori sono due:

Tratto Indagine di provenienza Confrontabilità dichiarata
1977-2002 SHIW (indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie, armonizzata LIS) gruppo 0
2003-2023 EU-SILC gruppo 1

Fonte: Banca Mondiale, Poverty and Inequality Platform, metadati d’indagine per l’Italia, campo survey_comparability. Dati al 14/08/2026.

Due gruppi diversi significano, nel linguaggio della PIP, che i valori dei due tratti non vanno confrontati fra loro. Il salto dal 1977 al 2023 non misura quarantasei anni di disuguaglianza italiana: misura anche il passaggio da un’indagine campionaria a un’altra, con definizioni di reddito e disegno diversi. Tracciare una linea da un capo all’altro e dire «la disuguaglianza in Italia è cresciuta di 0,3 punti dal 1977» è un errore che il dato stesso avverte di non fare — a patto di leggere il campo che lo dice.

È il caso in cui la curva di Lorenz da cui il Gini deriva aiuta a ricordare cosa c’è sotto: due curve costruite su definizioni di reddito diverse non sono confrontabili solo perché entrambe si chiamano «reddito».

Quale numero usare

Non c’è un vincitore. C’è una scelta da dichiarare, e questi sono i criteri:

  • Per l’Italia da sola, e per il dato più aggiornato: Eurostat (o ISTAT, che è la stessa indagine — ISTAT compila EU-SILC per l’Italia). È l’unica delle tre che arriva al 2025, ed è la serie che le istituzioni italiane ed europee usano nei propri documenti.
  • Per confronti fra paesi OCSE: OCSE, che riporta tutti i paesi alla stessa definizione e alla stessa scala di equivalenza, anche quando le indagini nazionali sono diverse. Ricordando che l’etichetta è l’anno di reddito.
  • Per confronti mondiali, o per serie molto lunghe: Banca Mondiale, che è l’unica a coprire i paesi fuori dall’area OCSE — accettando l’aggregato pro capite e leggendo la confrontabilità dichiarata prima di unire due tratti.

E una regola che vale sempre: quando citate un Gini, citate anche la fonte, l’anno e la definizione. «Il Gini italiano è 32» non è un’informazione: è tre informazioni diverse compresse in una, e chi legge non può ricostruire quale.

Cosa NON dicono questi numeri

  • Non dicono che una fonte è più affidabile dell’altra. Le differenze qui descritte sono di definizione, non di qualità. Nessuna delle tre serie contiene un errore.
  • Non permettono confronti incrociati. Prendere il valore Banca Mondiale per l’Italia e confrontarlo col valore Eurostat di un altro paese produce una differenza fittizia di circa due punti, che non esiste nella realtà. È l’errore più facile da commettere, perché entrambe le cifre sono corrette.
  • Non misurano la disuguaglianza di ricchezza. Tutti e tre gli indici qui riportati riguardano il reddito. La distribuzione della ricchezza — case, risparmi, titoli — è molto più concentrata, si misura su altre indagini e non è confrontabile con questi valori.
  • Non spiegano perché. Il calo Eurostat dal 32,2 del 2024 al 31,0 del 2025 è il dato pubblicato, non una spiegazione: le variazioni di un anno in una stima campionaria vanno lette insieme al loro margine di errore, e attribuire una causa a un movimento del genere richiede altri dati. Qui non lo facciamo.
  • Non dicono chi è povero. Il Gini misura la forma della distribuzione, non il livello di vita: un paese può diventare più uguale impoverendosi. Per i livelli servono le misure di povertà, che sono un’altra cosa e stanno nei numeri della disuguaglianza italiana.

Per riassumere

L’indice di Gini per l’Italia vale 31,5, oppure 32,3, oppure 34,3, e tutte e tre le risposte sono giuste. La prima cosa da chiedere a un Gini non è quanto vale: è chi lo pubblica, per quale anno di reddito, e diviso per cosa. Con quelle tre informazioni i numeri tornano a parlare la stessa lingua — e, come si vede sopra, spesso finiscono per dire la stessa cosa.


Domande frequenti

Qual è l’indice di Gini dell’Italia?

Dipende dalla fonte, e tutte e tre le risposte principali sono corrette. Sotto l’etichetta d’anno 2023 Eurostat pubblica 31,5, l’OCSE 32,3 e la Banca Mondiale 34,3, su scala 0-100 (e l’etichetta non indica lo stesso periodo di reddito per tutte e tre). Il valore più aggiornato è quello Eurostat per il 2025: 31,0. Le differenze nascono da scelte di definizione dichiarate — fra cui il modo di etichettare l’anno e il modo di dividere il reddito familiare fra i componenti — non da errori di misura.

Perché Eurostat e OCSE danno numeri diversi per lo stesso anno?

Soprattutto perché non parlano dello stesso anno. Eurostat etichetta i dati con l’anno dell’indagine, mentre i redditi rilevati sono quelli dell’anno precedente; l’OCSE archivia per anno di reddito. Allineando le due convenzioni lo scarto medio scende da 0,63 a 0,37 punti su tutto il periodo comune, e a 0,16 punti sugli ultimi cinque anni. Il residuo dipende dalla scala di equivalenza: Eurostat usa la scala OCSE modificata, il database OCSE sulla distribuzione dei redditi la radice quadrata del numero di componenti.

Perché il Gini della Banca Mondiale per l’Italia è più alto?

Perché la Poverty and Inequality Platform costruisce il reddito **pro capite**, dividendo il reddito familiare per il numero di componenti, mentre Eurostat e OCSE usano il reddito equivalente, che tiene conto delle economie di scala del vivere insieme. Il pro capite attribuisce ai componenti dei nuclei numerosi un reddito molto più basso di quanto faccia una scala di equivalenza, e nelle popolazioni reali questo tende ad alzare la disuguaglianza misurata: nei dieci anni in comune la Banca Mondiale sta sempre sopra Eurostat, in media di 2,26 punti (le dieci differenze annue sommano 22,6). La direzione dell’effetto non è però un’identità matematica, e allo scarto concorrono anche altri trattamenti dichiarati dalla piattaforma, come l’eliminazione dei redditi negativi.

Esiste una serie storica del Gini italiano dal 1977?

La Banca Mondiale pubblica valori per l’Italia dal 1977 al 2023, ma non è una serie unica: i suoi stessi metadati dividono i dati in due gruppi di confrontabilità, uno dal 1977 al 2002 (basato sull’indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie, armonizzata LIS) e uno dal 2003 al 2023 (basato su EU-SILC). I valori dei due tratti non vanno confrontati fra loro, quindi non si può leggere l’intero periodo come un’unica tendenza.

Qual è la fonte da citare per il Gini italiano?

Per l’Italia da sola e per il dato più aggiornato, Eurostat (o ISTAT, che conduce la stessa indagine). Per confronti fra paesi OCSE, il database dell’OCSE. Per confronti mondiali o serie lunghe, la Banca Mondiale. In ogni caso va citata la fonte insieme all’anno e alla definizione: senza quelle tre informazioni un valore di Gini non è ricostruibile da chi legge.

Fonti