La disuguaglianza in Italia, in numeri
In breve. Nella rilevazione 2025 (redditi dell’anno prima) l’indice di Gini dei redditi italiani è 31,0, il 20% più ricco guadagna 5,1 volte il 20% più povero, e 18,6% delle persone — circa 10,9 milioni — è a rischio di povertà. Ma il dato che racconta di più è un altro: chi è a rischio di povertà va dal 9,4% del Nord-Est al 35,4% delle Isole. In Italia la disuguaglianza ha una dimensione geografica fortissima, che i numeri nazionali nascondono.
«Quanto è diseguale l’Italia?» è una domanda che sembra averne una risposta sola, e ne ha almeno quattro. La disuguaglianza di reddito, la povertà, il divario territoriale e l’effetto dello Stato sono cose diverse, si misurano con strumenti diversi e a volte raccontano storie diverse. Questa pagina le tiene separate, e mette accanto a ogni numero chi lo pubblica e cosa esattamente ha misurato.
Prima faccia: come è distribuito il reddito
L’indice di Gini riassume in un numero quanto la distribuzione dei redditi si discosta dalla perfetta uguaglianza (0 = tutti uguali, 100 = uno ha tutto). Per l’Italia, nel 2025, vale 31,0.
Da solo dice poco. Accanto vanno messe altre due letture della stessa distribuzione:
| Misura del reddito, Italia 2025 | Valore |
|---|---|
| Indice di Gini | 31,0 |
| Rapporto S80/S20 (quinto più ricco ÷ quinto più povero) | 5,13 |
| Quota del reddito al 10% più ricco | 24,0% |
| Quota del reddito alla metà più povera | 29,0% |
Fonte: Eurostat, tabelle ilc_di12 (Gini), ilc_di11 (S80/S20), ilc_di01 (quote per decile), reddito disponibile equivalente, indagine EU-SILC, 2025. Dati consultati il 31 luglio e il 3 agosto 2026. → scarica la serie del Gini italiano in CSV
Tradotto: il quinto più ricco degli italiani dispone di poco più di cinque volte il reddito del quinto più povero; e il 10% più ricco, da solo, prende quasi un quarto di tutto il reddito (24,0%) — da solo, quasi quanto ne prende l’intera metà più povera del paese messa insieme (29,0%). Come questa distribuzione prenda forma è mostrato passo per passo dalla curva di Lorenz.
Nel confronto europeo l’Italia (31,0) sta 1,8 punti sopra l’aggregato dell’Unione a 27 (29,2): più diseguale di Francia (30,4) e Germania (30,1), meno di Grecia, Lituania e Bulgaria.
Fonte: Eurostat, tabella ilc_di12, 2025.
Seconda faccia: quanta povertà, e di quale povertà
Qui serve un’avvertenza prima di ogni numero, perché è il punto in cui si sbaglia di più. «Povertà» significa due cose diverse a seconda di chi la misura.
- Povertà relativa (la misura europea, Eurostat): sei a rischio di povertà se il tuo reddito è sotto il 60% del reddito mediano del tuo paese. È una misura di distanza dagli altri: dice quanti restano molto indietro rispetto al tenore di vita tipico.
- Povertà assoluta (la misura italiana, ISTAT): sei in povertà assoluta se non puoi permetterti un paniere di beni e servizi considerato essenziale. È una misura ancorata a un costo minimo in euro e non al reddito degli altri — ma quel costo non è un unico numero: ISTAT lo calcola diversamente per composizione ed età della famiglia, ripartizione geografica e dimensione del comune, e lo aggiorna nel tempo. Dice quanti non arrivano a quel minimo, a prescindere da come stanno gli altri.
Sono due domande diverse. Un paese può ridurre la povertà relativa e aumentare quella assoluta nello stesso anno (se i redditi bassi calano meno di quelli medi ma calano lo stesso). Confonderle è l’errore classico.
Sulla misura relativa, i numeri europei per l’Italia nel 2025:
| Indicatore di povertà (relativa), Italia 2025 | Valore |
|---|---|
| A rischio di povertà (sotto il 60% del reddito mediano) | 18,6% |
| …in numero di persone | ≈ 10,9 milioni |
| A rischio di povertà o esclusione sociale (indicatore AROPE) | 22,6% |
Fonte: Eurostat — At-risk-of-poverty rate, tabella ilc_li02 (18,6%; 10.908 mila persone), e Persons at risk of poverty or social exclusion, tabella ilc_peps01n (22,6%), 2025. Dati consultati il 3 agosto 2026. → scarica le serie in CSV
Il tasso di povertà relativa è in lieve calo: era 20,1% nel 2019, è 18,6% nel 2025. ⚠️ Ma «meno povertà relativa» non significa per forza che i più poveri stiano meglio: può voler dire che si è ristretta la distanza dal centro, anche perché il centro si è abbassato. È il limite di ogni misura relativa, e va tenuto a mente.
⚠️ Il numero della povertà assoluta — quello che risponde a «quanti non arrivano al minimo vitale» — lo misura ISTAT, non Eurostat, e non lo riportiamo qui perché non lo abbiamo verificato contro la fonte primaria in questa edizione. Su questo sito un numero senza la sua fonte controllata non si pubblica. Per il dato aggiornato: ISTAT, statistiche sulla povertà.
Terza faccia: il divario territoriale

Se c’è un numero che smentisce l’idea di «una» disuguaglianza italiana, è questo. Il tasso di persone a rischio di povertà, nel 2025, per macro-area:
| Macro-area | A rischio di povertà |
|---|---|
| Nord-Est | 9,4% |
| Nord-Ovest | 11,2% |
| Centro | 15,1% |
| Sud | 30,5% |
| Isole | 35,4% |
Fonte: Eurostat — At-risk-of-poverty rate by NUTS 2 region, tabella ilc_li41, che accanto alle regioni NUTS-2 pubblica le macro-aree NUTS-1 qui usate (ITC Nord-Ovest, ITH Nord-Est, ITI Centro, ITF Sud, ITG Isole), anno 2025. Dati consultati il 3 agosto 2026. → scarica il dettaglio territoriale in CSV
Fra il Nord-Est e le Isole ci sono 26 punti di distanza: nelle Isole la quota di persone a rischio di povertà è quasi quattro volte quella del Nord-Est. Il dato nazionale — 18,6% — è una media che nessuna macro-area vive davvero: sta in mezzo a due Italie che non si somigliano. È il caso da manuale in cui la media, senza una misura di dispersione, inganna: la deviazione standard delle cinque macro-aree è di 10,6 punti — calcolata sulla loro media semplice (20,3%, che pesa ogni area allo stesso modo ed è cosa diversa dal 18,6% nazionale, ponderato per popolazione). Una dispersione così ampia è la forma statistica di un paese spaccato.
⚠️ Un’avvertenza di metodo, perché non se ne concluda troppo: questi numeri dicono che il rischio di povertà cambia moltissimo fra le aree, non che il grosso della disuguaglianza italiana sia territoriale. Misurare quanta parte della disuguaglianza dei redditi stia fra le regioni e quanta dentro ciascuna richiede una scomposizione apposta, che con questi soli tassi non si può fare e che qui non facciamo.
Questa è la faccia della disuguaglianza italiana su cui l’indice di Gini nazionale dice meno. Un Gini calcolato sull’intero paese impacchetta Milano e Enna nello stesso numero; il dettaglio territoriale lo riapre.
Quarta faccia: cosa fa lo Stato
Lo stesso paese, la stessa indagine, lo stesso anno — ma calcolando l’indice di Gini prima che intervengano pensioni, sussidi e trasferimenti sociali, e dopo:
| Italia 2025, indice di Gini | Valore |
|---|---|
| Prima dei trasferimenti sociali (pensioni incluse fra i trasferimenti) | 48,0 |
| Dopo i trasferimenti sociali | 31,0 |
Fonte: Eurostat, tabelle ilc_di12b (prima, pensioni incluse tra i trasferimenti) e ilc_di12 (dopo), 2025.
Diciassette punti di differenza. È forse il numero più eloquente della pagina, e va letto con due cautele, le stesse dichiarate nel pilastro sul Gini:
Non è una misura causale. Dice che i redditi contabilizzati prima dei trasferimenti sono distribuiti in modo molto più diseguale di quelli contabilizzati dopo. Non dice come sarebbe l’Italia senza trasferimenti: in un paese senza pensioni e sussidi le persone lavorerebbero, risparmierebbero e si organizzerebbero diversamente. È un confronto contabile, non un esperimento — ed è esattamente il tipo di salto logico che il pezzo su correlazione e causazione mette in guardia dal fare.
E le pensioni stanno dentro. In questa tabella le pensioni sono contate fra i trasferimenti, quindi buona parte dei diciassette punti è reddito differito da contributi versati, non redistribuzione in senso stretto.
Cosa NON dicono questi numeri
Sono fotografie, non film
Tutti i numeri di questa pagina sono di un anno. Dicono com’è distribuito il reddito adesso, non se le stesse persone restano dove sono. Un paese può avere una disuguaglianza stabile mentre le persone si muovono su e giù — o mentre restano bloccate. La mobilità è un’altra misura, e questa pagina non la contiene.
Sono redditi, non patrimoni
Qui si misura il reddito — quanto entra in un anno — non la ricchezza accumulata. La disuguaglianza di ricchezza è di norma molto più marcata di quella di reddito, e l’Italia non fa eccezione. Chi guarda solo il reddito vede la parte meno diseguale del quadro.
Sono relativi, non assoluti
L’indice di Gini e il rapporto S80/S20 non cambiano se tutti i redditi raddoppiano o si dimezzano insieme: misurano le distanze, non i livelli. Un paese può impoverirsi tutto quanto senza che questi numeri si muovano.
Ognuno misura una cosa precisa
Il filo di tutta la pagina: non esiste «la disuguaglianza dell’Italia» come numero unico. Esistono il Gini del reddito disponibile equivalente, il tasso di povertà relativa al 60% della mediana, il divario territoriale del rischio di povertà. Cambiando la definizione, cambia il numero — e a volte cambia la conclusione.
In sintesi
| Disuguaglianza in Italia, 2025 | |
|---|---|
| Indice di Gini (reddito) | 31,0 |
| Gini prima dei trasferimenti | 48,0 |
| Rapporto S80/S20 | 5,13 |
| Quota del reddito al 10% più ricco | 24,0% |
| A rischio di povertà (relativa) | 18,6% (≈ 10,9 milioni) |
| A rischio di povertà o esclusione (AROPE) | 22,6% |
| Rischio di povertà — Nord-Est | 9,4% |
| Rischio di povertà — Isole | 35,4% |
| La frattura più netta | il divario territoriale |
Domande frequenti
Qual è l’indice di Gini dell’Italia nel 2025?
Vale 31,0 secondo Eurostat, calcolato sul reddito disponibile equivalente rilevato dall’indagine EU-SILC. È 1,8 punti sopra l’aggregato dell’Unione europea a 27 (29,2). Prima dei trasferimenti sociali, pensioni comprese, lo stesso indice salirebbe a 48,0.
Quante persone sono a rischio di povertà in Italia?
Nel 2025 il 18,6% della popolazione, circa 10,9 milioni di persone, secondo la misura europea di povertà relativa (reddito sotto il 60% di quello mediano). L’indicatore più ampio di povertà o esclusione sociale (AROPE) arriva al 22,6%. La povertà assoluta è invece misurata da ISTAT ed è un concetto diverso.
Qual è la differenza tra povertà relativa e povertà assoluta?
La povertà relativa misura la distanza dagli altri: si è a rischio se il reddito è sotto il 60% di quello mediano del paese. La povertà assoluta misura il non potersi permettere un paniere di beni essenziali: il suo costo in euro è calcolato da ISTAT e varia per composizione della famiglia, area geografica e dimensione del comune. La prima è la misura europea (Eurostat), la seconda quella italiana (ISTAT). Sono due domande diverse e possono muoversi in direzioni opposte.
Qual è la frattura più netta della disuguaglianza in Italia?
Il divario territoriale. Nel 2025 la quota di persone a rischio di povertà va dal 9,4% del Nord-Est all’11,2% del Nord-Ovest, sale al 15,1% al Centro e arriva al 30,5% nel Sud e al 35,4% nelle Isole: quasi quattro volte tanto. Il dato nazionale del 18,6% è una media che nessuna macro-area vive davvero. Attenzione però: questo dice che il rischio di povertà cambia moltissimo fra le aree, non che il grosso della disuguaglianza dei redditi sia territoriale. Quanta parte della disuguaglianza stia *fra* le aree e quanta *dentro* ciascuna richiede una scomposizione apposta, che questi soli tassi regionali non permettono e che qui non facciamo.
Quanto reddito ha il 10% più ricco in Italia?
Nel 2025 il 10% più ricco della popolazione possiede il 24,0% del reddito complessivo rilevato: quasi un quarto del totale, e da solo quasi quanto ne possiede l’intera metà più povera del paese messa insieme, che ne ha il 29,0%. Il rapporto tra il quinto più ricco e il quinto più povero (S80/S20) è di 5,13.
Fonti
- Eurostat, Gini coefficient of equivalised disposable income, tabella
ilc_di12— databrowser/view/ilc_di12 · 2025 - Eurostat, Gini coefficient before social transfers, tabella
ilc_di12b— databrowser/view/ilc_di12b · 2025 - Eurostat, Income quintile share ratio S80/S20, tabella
ilc_di11— databrowser/view/ilc_di11 · 2025 - Eurostat, Distribution of income by quantiles, tabella
ilc_di01— databrowser/view/ilc_di01 · 2025 - Eurostat, At-risk-of-poverty rate, tabella
ilc_li02— databrowser/view/ilc_li02 · 2025 - Eurostat, Persons at risk of poverty or social exclusion, tabella
ilc_peps01n— databrowser/view/ilc_peps01n · 2025 - Eurostat, At-risk-of-poverty rate by NUTS 2 region, tabella
ilc_li41— databrowser/view/ilc_li41 · 2025 - ISTAT, statistiche su reddito e condizioni di vita e sulla povertà (fonte italiana per la povertà assoluta) — istat.it/tag/poverta
Tutti i dati vengono dall’indagine europea EU-SILC. Gli indicatori di reddito e di povertà relativa (Gini, quote, S80/S20, tasso a rischio di povertà) si basano sul reddito disponibile equivalente; l’AROPE è più ampio, perché conta le persone che si trovano in almeno una di tre condizioni — a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale, oppure in famiglie a bassa intensità di lavoro — ciascuna contata una sola volta, non sommando i tre tassi. ⚠️ Gli indicatori basati sul reddito della rilevazione EU-SILC 2025 fanno riferimento, per l’Italia, ai redditi dell’anno precedente: sono l’ultimo dato disponibile, ma «2025» indica l’ondata d’indagine, non l’anno di percezione del reddito. Le componenti non monetarie dell’AROPE (deprivazione, intensità di lavoro) si riferiscono invece al momento dell’indagine. Le variazioni e le elaborazioni (deviazione standard territoriale, letture delle quote) sono di Metron Journal sui valori pubblicati.


